Breve nota sulle elezioni politiche del 25 settembre 2022

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Marco Mamone Capria

Gli animalisti e gli antivivisezionisti dovrebbero occuparsi di politica?
Naturalmente sì, in quanto ciò a cui aspirano non è semplicemente la diffusione di sentimenti
benevoli verso gli animali. Certo, chi pensa che a questo obiettivo ci siamo già arrivati si sbaglia di
grosso, se considera anche soltanto che ogni anno in Italia sono abbandonati, particolarmente in
prossimità delle vacanze estive (e quindi per futili motivi) circa 80.000 gatti e 50.000 cani – e a chi
lo fa non importa nemmeno che sta commettendo un reato.
In ogni caso una maggiore sensibilizzazione di massa va di pari passo con l’introduzione di leggi
che proibiscano comportamenti caratterizzati da insensibilità alle sofferenze degli animali. Tra
questi c’è sicuramente la vivisezione, o sperimentazione invasiva su animali vivi, che, oltre ad
essere un chiaro esempio di tale insensibilità, è di ostacolo a un autentico progresso medico.
L’esempio della vivisezione mette in evidenza che un genuino animalismo non può non essere
congiunto alla tutela degli esseri umani: ciò perché il rifiuto delle cavie animali include quello delle
cavie umane: cioè, di qualsiasi essere umano sottoposto a un esperimento biomedico con un
consenso forzato o disinformato.
Purtroppo non sembrano essersene accorte molte associazioni animaliste, che nell’ultimo biennio
hanno accettato senza contestarla, se non in forme puerili, la più grande vivisezione di massa mai
perpetrata in tutta la storia umana: la somministrazione a oltre 5 miliardi di persone di sieri
sperimentali fatti autorizzare sulla base dell’assunto (dimostrato falso già prima dell’introduzione di
tali sieri) dell’assenza di terapie efficaci per il covid-19.
La storia della vivisezione daterà al 2021 la svolta verso una deregolamentazione senza precedenti
nella sperimentazione sugli umani, realizzata con la complicità di bande eversive collocate in posti
chiave di governo e di agenzie sanitarie, a livello nazionale e internazionale. I paralleli possibili e,
ahimè, fin troppo storicamente fondati, sono con il regime nazista – ma su una scala di gran lunga
superiore a quanto da esso perpetrato.
Chi è consapevole di questa situazione può essere facilmente preso dallo scoraggiamento a
proposito della chiamata alle urne.
Che andiamo a votare a fare, se l’attuale sistema di governo in Italia ha permesso abusi di potere di
tali proporzioni? E per giunta con il supporto di una magistratura che continua a farsi beffe, in larga
maggioranza, del principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale anche in casi, come
quelli di cui tutta la cittadinanza italiana è stata testimone negli ultimi due anni, di palese violazione
di diritti civili?
Alcuni sostengono che una classe dirigente colpevole del più grande disastro della storia
repubblicana sarebbe molto contrariata se pochi elettori andassero a votare il 25 settembre: come
farebbe a governare in buona coscienza se sapesse che pochi si sono recati alle urne?…
Anche se tale punto di vista è stato promosso da personalità rispettabili, c’è una sola maniera di
definirlo: è una sciocchezza. (A proposito: vi risulta che abbiamo avuto recentemente governi per i
quali operare in buona coscienza fosse una priorità? Anzi: per i quali “buona coscienza” fosse un
concetto intelligibile?).
“Ma alcuni dei colpevoli di quel disastro, veri criminali politici, hanno raccomandato di andare a
votare…”.
Indubbiamente. Chiedono infatti ai propri simpatizzanti di andare a votare numerosi in modo da
innalzare la soglia di sbarramento del 3% (che, appunto, è calcolata su chi va a votare, e quindi
aumenta con l’aumento dei votanti). Più persone andranno a votare i partiti che non hanno dovuto
raccogliere firme per essere ammessi alla tornata elettorale, più difficile sarà per i nuovi partiti, che
invece sono stati costretti a farlo, entrare in parlamento.
Ecco quindi individuato un primo criterio per decidere per chi non votare: quei partiti, che, al
governo o alla pseudo-opposizione, sono stati dentro il parlamento che ha messo in ginocchio
l’Italia, da un punto di vista civile ed economico, nell’ultimo biennio (ma, in forme diverse, anche
prima!). Loro, non hanno dovuto raccogliere firme.
“Ma anche i candidati antisistema possono fare un voltafaccia, come la maggioranza del M5S…”.
È vero: il Movimento 5 Stelle è riuscito a distruggere la fiducia nella possibilità di partecipazione e
di cambiamento in una gran parte della cittadinanza, e specialmente in quella più attiva e
politicamente coinvolta.
Ma allora la scelta più sicura è votare chi quel voltafaccia non l’ha fatto.
Cioè chi non ha mai detto che l’obbligo vaccinale anti-covid-19 fosse una scelta compatibile con la
Costituzione.
Chi non ha mai detto che il Green Pass “in un certo senso” poteva “anche andar bene”.
Meglio ancora: chi si è rifiutato di dotarsene, e perciò è stato escluso dal Parlamento e addirittura
(con il recente plauso della Corte Costituzionale che non è di buon auspicio per il suo prossimo
pronunciamento del 29 novembre) dalle elezioni del presidente della Repubblica e dal Consiglio
R egionale. Votare queste persone è una scelta razionale. E nel caso del neo-partito Vita vale la pena
sottolineare che nel loro programma si legge anche: «Stop alla vivisezione, promozione e difesa dei
diritti e del benessere di tutti gli animali.»
Va precisato che i nuovi partiti non sono tutti votabili in tutti i collegi. Ma qualsiasi di essi è una
scelta migliore, a mio parere, che votare partiti che hanno tradito la Costituzione e distrutto lo stato
di diritto, la dignità degli italiani come cittadini e come lavoratori, e la nostra economia in questi
due lunghissimi anni.
Ovviamente per votare un partito non è necessario essere d’accordo con tutti i punti del suo
programma. Per esempio, andrà visto come la tassa piatta (prevista da Vita al 20%), cioè in linea di
principio una tassazione non progressiva e quindi in contrasto con l’art. 53 della Costituzione,
sarebbe concretamente applicata. Ma ciò non basta certo a indebolire l’impianto di un programma
nel complesso esemplare.
Per finire: ovviamente andare alle urne non è, e non è mai stata, la soluzione di tutto.
Le elezioni e la stessa attività parlamentare sono due forme della partecipazione democratica dei
cittadini, ma da sole non bastano – ancor meno dopo che gli italiani hanno avallato la modifica
costituzionale che ha portato all’autolesionistica riduzione del numero dei parlamentari.
Ciò nonostante, sapere che in parlamento ci siano persone da cui ci si sente rappresentati, e che in
particolare fanno interventi non in malafede / irrilevanti / disinformati / privi di senso (come a me
sembrano la quasi totalità di quelli di esponenti dei partiti “che non hanno dovuto raccogliere le
firme”) è per lo meno, finché l’ordinamento politico italiano resterà quello che è, di aiuto anche a
chi svolge la propria attività politica “sul territorio”.

Scienza e Democrazia/Science and Democracy
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